Non dico addio | Han Kang

Per alcuni dire addio non è possibile; impossibile condannare qualcuno all’oblio e alla caducità della memoria. Occorre tenere viva la ferita, seppur dolorosa, affinché il ricordo non si dissolva.
Ho letto “Non dico addio” a piccole dosi, spesso ho dovuto rallentare la lettura, tornare indietro, rileggere per cogliere il significato più profondo delle parole e dei fatti narrati.
Potente la scrittura di Han Kang, capace di tessere i fili di una storia universale e collettiva insieme a quella più intima e personale.
Di cosa parla il libro? Cito testualmente l’autrice <<Quando qualcuno mi chiede che tipo di romanzo sia Non dico addio, il mio settimo romanzo, rispondo a volte che è il romanzo di un amore estremo>>.
E lo è.
È l’amore fraterno tra Gyeong-ha, scrittrice di mezza età con un matrimonio andato in frantumi e una vita da ricomporre nella solitudine di una stanza buia e l’amica In-seon, film maker e documentarista tornata nella sua Jeju per prendersi cura della madre Jung Shim.
È l’amore di Jung Shim verso il fratello, così forte, da farle scavare a mani nude la terra alla ricerca di chi non c’è più.
È quel legame tra una donna e il suo pappagallino, tra la storia e la memoria.
E allora, forse, è proprio l’amore a farci fare le cose più disperate; a far prendere il primo volo verso l’isola di Jeju per dar da mangiare al pappagallino di In seon, ricoverata all’ospedale di Seoul per essersi tagliata due dita con la sega nella sua falegnameria.
Una corsa contro il tempo per salvare il piccolo Ama in un giorno pieno di neve.
Gyeong-ha si ritrova nel bel mezzo di una bufera, la testa inizia a far male e torna prepotente quell’incubo: tronchi di alberi neri sulla riva di una spiaggia coperti di neve che stanno per essere travolti dal mare. Eppure, hanno le sembianze di uomini.
Tra la neve, il gelo e la luce di una candela accesa “tra gli abissi dell’umanità”, Gyeong-ha scava nella memoria. Apre vecchie scatole chiuse nell’armadio di In Seon. Rivede la madre, Jung Shim, la sua famiglia, volti sconosciuti. Ricerche dell’amica, e poi, persone che non vivono più, sparite nel nulla.
È la primavera del 1948 quando gli abitanti di Jeju, accusati di essere comunisti, furono massacrati. Alcuni imprigionati e torturati. Col silenzio assenso dell’Occidente, vennero uccisi oltre 30.000 civili. A loro veniva chiesto di guardare il mare e poi venivano fucilati, in fila, uno dietro l’altro. Vite spezzate, spazzate via dalla memoria e dal mare.
Da questo momento in poi il racconto si frammenta, prosegue diviso tra sogno e realtà senza però dividersi mai davvero sui due piani.
Attraverso una scrittura onirica, cristallina ed essenziale, Han Kang svela uno spaccato della storia coreana rimasto nell’oblio e lo fa accorciando le distanze tra passato e presente, tra fatto politico e familiare riportando la memoria a ciò che dovrebbe e deve essere: un testimone che a gran voce risvegli le coscienze collettive di generazione in generazione.
Perché certi addii non devono mai essere pronunciati.








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