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La Suite di Giava| Jan Brokken
La Suite di Giava è un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso un’Indonesia coloniale mosaico di colori, profumi, lingue e religioni. È qui che Jan Brokken ritrova le sagome ormai sbiadite dei suoi genitori e svela le note della musica più bella composta dal pianista lituano Godovskji.
È il 1935 quando, poco più che ventenne, la madre Olga e il padre Han, pastore protestante, si trasferiscono nelle Indie orientali con la genuina convinzione di avere «una missione civilizzatrice da compiere in quell’angolo sperduto dell’arcipelago malese».
Buitenzorg, prima città di arrivo, diventa il collante di una narrazione che intreccia la storia di Olga a quella di Godovskij e il suo dialogo con le sonorità del gamelan. Suoni che lo hanno accompagnato per anni fino alla composizione della sua opera più bella: la Suite di Giava, appunto.
Brokken scrive per incontrare sua madre, per conoscere quel tempo che non gli appartiene «sono uscito dal mio tempo per entrare nel suo, e mi sono chiesto se sia davvero possibile ritrovarsi non soltanto in un’altra persona, ma anche in un’altra epoca»
Penso che la risposta sia unanime: Brokken lo ha reso possibile. L’autore ci accompagna in questo dedalo di lingue e profumi indonesiani. Ci svela l’intrico misterioso delle religioni, i difficili rapporti politici tra Oriente e Occidente e le contraddizioni del colonialismo. Alla storia più ampia affianca quella individuale. Risaltano i compositori come Godovskij e Paul Seelig o la scrittrice Hella Haasse: persone che hanno guardato al mondo senza la pretesa della conquista ma con la curiosità del viaggiatore.
E intorno a queste figure di spicco, si erge in tutta la sua naturalezza e curiosità, Olga. Quella madre che ha avuto il coraggio di lasciare la casa paterna e volare via come un uccello. Le sue parole (del nonno, ndr) mi sembrarono belle in un modo misterioso e da quel momento notai che gli uccelli non si girano mai indietro quando volano via.
E dispiega le sue belle ali, Olga, nelle terre indonesiane dove traccia la sua mappa personale: impara le lingue locali, si avvicina alle persone e insegna alle donne a cucire. Si immerge nelle loro tradizioni, trova il cuore della loro cultura, lo attraversa e, infine, lo comprende.
Ma la Storia arriva con prepotenza e la bellezza si incrina sotto il peso della seconda guerra mondiale. Portati via a bordo di un camion, Olga, Han e i loro due bimbi trascorreranno quattro anni nei campi di prigionia giapponesi nei quali Han viene torturato e Olga costretta ai lavori forzati.
Da nessun’altra parte ho sofferto tanto, da nessun’altra parte ho vissuto così intensamente.
Brokken ha compreso le parole pronunciate più volte dalla mamma una volta compiuto questo viaggio nel tempo e nello spazio, consegnandoci pagine intrise di ricordi familiari e curiosità. Peculiarità, quest’ultima, che ha caratterizzato ogni personaggio incontrato: nessuno si muove e esplora per conquista o fuga.
Ci si muove perché questo è l’unico modo di aprire la mente e imparare che esiste una molteplicità di culture che chiede solo di essere osservata e compresa.
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