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Liberazione| Sandor Márai
24 Dicembre 1944. Erzsèbet, con in mano i documenti falsi, fa murare suo padre, lo scienziato ricercato dalle croci frecciate e i nazisti, in una cantina grande quanto una dispensa. Colui che dedicò la sua vita col naso rivolto verso le stelle adesso guarda il fango. Niente luci, solo il buio e l’assedio dei russi che da giorni combattono contro i nazisti nella capitale ungherese.
Le bombe sono troppo insistenti, troppo vicine e anche Erzsèbet deve rifugiarsi nella cantina del palazzo: ventiquattro giorni insieme ad altre 140 persone in attesa, tra ambienti malsani e promiscui, della fine. Una fine che significa cosa? Libertà forse?
Sandor Marai ci racconta, con potenza, quei giorni che si susseguono in una realtà divenuta la trappola di sé stessa. Ci si abitua al fetore, al cibo che inizia a scarseggiare, all’acqua che non c’è, ai corpi che non possono più lavarsi.
I vincoli sociali si sono rotti sotto il peso della guerra: si ruba, si litiga e ogni senso di razionalità sembra sbiadito.
Centoquaranta persone nel buio si chiedono cosa accada là fuori, chi sia l’assediante. Forse un essere umano identico agli assediati
E la guerra, che all’inizio sembrava altrove, si è spostata in città. Dalla grande città è finita tra i quartieri, poi sempre più vicina alle vie, fino a giungere in uno scantinato. La guerra è qui.
E mentre tutti restano in attesa, Erzsèbet si chiede cosa rappresenterà questa fine, quale speranza. Anche adesso che gli spari si sono placati e che forse tutto è terminato, i bolscevichi saranno la salvezza?
Quel bolscevico dagli occhi di ghiaccio sceso nella cantina perché la gente possa tornare in strada a vedere il cielo, è ancora un essere umano?
Un incontro fatto di silenzi, terrore e ferocia. E mentre da un lato si consuma la violenza, nell’altro angolo dello scantinato maleodorante un uomo si vergogna di essere uomo.
Fuori, giace il corpo di un giovane soldato dagli occhi di ghiaccio e il cielo rischiara il buio.
A Erzsèbet non resta che incamminarsi, incerta, verso un destino non ancora scritto e che segnerà i successivi quarant’anni della storia ungherese.
Un romanzo che si svolge all’interno di uno scantinato in una sorta di flusso di coscienza. La potenza di Sandor Màrai si rivela nella sua capacità di raccontare la guerra in uno spazio così ristretto attraverso la natura umana.
Ne analizza il respiro, gli affanni, la tragedia che vuole prendersi presente e futuro. Centoquaranta anime ingabbiate sopravvivono e intanto attendono.Erzsèbet diviene la voce collettiva: la vittima, l’incertezza, la speranza.
Non c’è più paura del tedesco o del bolscevico :si teme semplicemente colui che, ieri e oggi, in Ungheria o in Medio Oriente, porta in dote la mostruosità.
Liberazione è un romanzo che consiglio di leggere per indagare la natura umana e quanto e cosa la guerra distrugga.
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