Pubblicati da Cristina

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Praga Magica | Angelo Maria Ripellino

Praga Magica | Angelo Maria Ripellino

Praga Magica di Angelo Maria Ripellino

Uno dei più grandi capolavori di Ripellino è senza dubbio Praga Magica.

La recensione di questo libro non è stato affatto semplice; più volte avrei voluto interrompere la lettura per lo stile troppo elegante e ricercato, tipico del nostro poeta e traduttore Angelo Maria Ripellino.

Eppure, abbandonarlo, avrebbe significato perdersi la storia e il fascino che nessuna guida turistica potrà mai restituirci.

Ogni volta che leggiamo un libro ci trasportiamo in un’altra dimensione e, sin dai tempi più antichi – basti pensare all’Odissea –  il viaggio è stato il topos letterario per eccellenza, un movimento inteso come cammino e scoperta di sé.

Con l’avvento della narrativa di viaggio si è potuto raccontare l’altro discostandosi dal mero libriccino informativo. Ecco, quindi, che questa letteratura assume le forme di un sogno, di un cammino, di incontro con l’altro, di innamoramento.

Perché è questo che è Praga magica: una lettera d’amore alla città delle cento torri. 

In “Praga magica” affiora tutto il mistero e il fascino della capitale boema, una città che, come una fenice, è risorta dalle ceneri della Primavera di Praga prima e della seconda guerra mondiale dopo.
In queste pagine si legge di eventi storici, creature misteriose e personaggi che hanno affollato le strade della capitale ceca.

“Entrino infine nelle mie pagine i funamboli, i clowns, i domatori, i cavallerizzi, i ventriloqui, gli uomini serpenti, i trapezisti, gli acrobati, gli inghiottitori di spade, le esmeralde, i prestigiatori che gremiscono le tele e i disegni di Frantisek Tichy”.

Attraverso la penna sapiente di Ripellino ogni personaggio sembra prendere vita.

Mi sono sentita presa per mano da Kafka lungo le vie di Stare Mesto, ho bevuto una birra alla Tigre d’oro insieme a Hrabal, disquisendo di autori vivi e morti.
Ho atteso di vedere il Golem, figura leggendaria di Praga e ho respirato la magia di questi luoghi.

In questo libro, Praga diviene il luogo delle emozioni, un ponte temporale dove niente è lasciato in disparte: né le lingue parlate, né il quartiere di periferia.

“Non avrà fine la fascinazione di Praga […] Praga, non ci daremo per vinti. Fatti forza, resisti. Non ci resta altro che percorrere insieme il lunghissimo, chapliniano cammino della speranza”.

Buon viaggio cari viaggialettori, e che la magia di Praga vi guidi attraverso le sue strade. 

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Anna sta coi morti | Daniele Scalese

Anna sta coi morti | Daniele Scalese

Anna sta coi morti

Letteralmente, perché prima della malattia, Anna lavorava all’obitorio; sottoterra, al piano meno uno. Adesso Anna attende di morire a causa di una leucemia linfoblastica acuta.

Dovrebbe sottoporsi alla chemioterapia, ma la rifiuta perché ciò metterebbe a rischio la vita del bambino che porta in grembo. Sceglie da sola, senza chiedere il parere di Enzo, il suo compagno, voce narrante e suo sostituto in obitorio.

<<Guardiamo i morti per capire i vivi”. La morte ci rivela. L’obitorio è un edificio per identificare i cadaveri. Io non sapevo chi ero . La mia non era una crisi di identità ma una sua ricerca. Era quello il luogo in cui dovevo essere. Quel luogo serviva a riconoscere me. Che non fossi morto era solo un dettaglio. Come dice Alberto: la differenza tra un vivo e un morto sta solo nel posizionamento al di sopra o al di sotto della terra>>.

E Enzo, morto, lo sembra davvero, ancorato a un passato che graffia la pelle. L’abbandono del padre e la morte della sorella Eva sono traumi cuciti addosso; bruciano, sembrano vivi.

Talmente pesanti da comprimere l’aria e lasciarlo soffocare, fino ad allontanarlo dalla madre e costringendolo a colmare vuoti attraverso incontri con vedove compiacenti e il lavoro in obitorio.

È questo il luogo perfetto in cui nascondersi dalla morte che colpisce Anna, che assottiglia il suo corpo, che la fa sanguinare. Un posto in cui rifugiarsi mentre il loro rapporto crolla in mille pezzi. In ogni frammento il riflesso dell’attesa, delle paure e della morte, compagna invisibile della nostra vita.

E Anna?

Anna scrive sul suo profilo social della malattia, dà conforto ai malati come lei. Spinta da Enzo, parteciperà a un programma televisivo “Ricordati di santificare i vivi” nel quale si racconta. Si mostra forte davanti ai suoi spettatori, si cala perfettamente nel ruolo del guru che mostra tutto il suo coraggio e l’autocontrollo, a metà tra esposizione mediatica e intimità.

Infatti, è lontano dalle telecamere che Anna mostra il suo lato più triste. È a Enzo che fa vedere la parte vera, fatta delle conseguenze di una malattia che umilia il corpo e lacera la dignità.

Il consumismo è il tentativo di riempire un vuoto interiore con le cose; la relazione fa lo stesso con le persone. Tutto nasce da un vuoto. Ne riempi uno e ne formi un altro. Ma fare un figlio non riempirà il vostro vuoto: lo allargherà.

E se nemmeno il figlio può salvare la loro relazione, la malattia ha portato a galla tutte le fragilità e le debolezze mai superate.

Forse Anna non ama più Enzo, forse Enzo ha già smesso di amare Anna.

È tutto sottosopra. Tutto come non doveva essere.
E intanto Anna aspetta di morire.
Enzo aspetta.
Il mondo aspetta.

E la difficoltà non sta nell’accettazione della morte ma in quel processo che va di pari passo con l’attesa, ovvero, prepararsi alla perdita e accettarne tutte le conseguenze.

Forse l’atto più difficile richiesto all’essere umano.

Anna sta coi morti è 150 pagine pregne di dolore, malattia, morte e sensi di colpa. Una scrittura scarna che racconta l’essenziale e concentra intere esistenze. Parole che raccontano silenzi. Pagine che sono lame affilate che tagliano la pelle costringendoti a guardare fino a scorgere il fondo di quella lacerazione. E mentre anneghi in quel mare di dolore, non puoi chiederti perché stai annegando, ma come tirarti fuori.

È così che si sopravvive. È così che si vive.

Grazie alla scrittura diretta e senza fronzoli di Scalese, la lettura è molto scorrevole. L’autore pone l’accento sul tempo dell’attesa.

L’attesa della fine. L’attesa della vita stessa.

Un romanzo che ci ricorda quanto possa essere amara l’intimità non rivelata sui media e quanto coraggio serva per guardare i pezzi rotti della propria vita accettando il dolore di ciò che è e ciò che sarà.

Forse aveva ragione Emilia, la morte non è uno degli aspetti della vita: è la vita a esserlo rispetto alla morte.

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Miss Islanda | Audur Ava Olafsdottir

Miss Islanda | Audur Ava Olafsdottir

Miss Islanda di Auður Ava Ólafsdóttir mi porta in una terra che non ho ancora visitato ma di cui ho letto talmente tanto che mi sembra di esserci stata già tante volte, e ogni volta è una scoperta.

Questo è il potere dei libri, quelli belli, quelli capaci di trasportarti altrove, a Dalir, ad esempio, dove Hekla è appena venuta al mondo. Porta il nome di un vulcano, capace di ribollire ed esplodere all’improvviso.

Aveva appena quattro anni quando il padre la porta con sé per vedere da vicino l’eruzione dell’hekla: un secolo di silenzio, interrotto da una forza prorompente e magnifica.

Travolta dall’emozione, la piccola inizierà a guardare sempre altrove, oltre le stelle.

Qualcosa le bolle dentro, una voce che deve far uscire con forza, ed è proprio nella scrittura che scopriremo il magma incandescente che giace nella sua anima.

Sa di non essere destinata a un luogo che vuole concederle solo la celebrità e un premio per la sua bellezza. Perché Hekla è bella, ma di regali e concorsi di Miss Islanda non interessa nulla. Vuole solo scrivere e ribellarsi alle convenzioni sociali che, negli anni sessanta, esigono da lei una famiglia e piatti caldi.

È questo il destino che spetta alla sua migliore amica, Isey, confinata in una minuscola casa al seminterrato che sogna di evadere attraverso un quadro su cui è dipinto il mare: l’unico da cui filtri la luce e il colore.

Hekla non vuol finire così, confinata in un’isola che non la capisce, la stessa che non capiva Jon John, il suo migliore amico. Un invertito. Uno che dopo essersi imbarcato per mare, finalmente vola via anche da Reykjavik per inseguire la libertà: il sogno di lavorare con la sua macchina da cucire facendo abiti per il teatro.

Partito per trovare il suo posto nel mondo e magari un compagno con cui condividere l’amore, nella capitale lascia Hekla, trasferitasi lì, nel frattempo, per diventare scrittrice. Ma lei scrittrice lo è già.

Ha pubblicato molti manoscritti e poesie sotto pseudonimo maschile perché “i poeti sono maschi”.

Hekla trova perfino un fidanzato, un poeta. Cerca di vivere nei confini prestabiliti. Le piacerebbe tanto scrivere e avere un uomo ma […] ho bisogno sia di essere sola, sia di non essere sola.
Così deciderà di lasciar perdere l’amore e inseguirà il sogno di scrivere, più a sud , insieme a DJ Jhonson, la sua perfetta metà.

Insieme a Auður Ava Ólafsdóttir, ho intrapreso un viaggio attraverso il quale ho sentito la terra vibrare sotto la potenza dell’Hekla, il freddo del nord e il sole tiepido sulla pelle.

Mi sono affezionata a Hekla, coraggiosa e rigogliosa di vita, proprio come il vulcano da cui prende il nome.

Ho sfiorato la sua anima attraverso le parole. Ho carezzato il viso livido di Jon John che fa a botte con un mondo che non è ancora pronto per lui. Ho voluto bene alla dolce Isey, che riscrive la sua vita con penna e fogli bianchi.

Sono personaggi che vibrano di emozioni, sono reali, sono veri.
Sono tutti noi, mosaici di emozioni e vissuti.
Miss Islanda è un libro poetico, forte.

Un libro che ci ricorda la potenza delle parole e la forza di un sogno.
E lo meritiamo tutti, un libro così.

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