Porto tra azulejos e bacalhau

Il treno si ferma alla stazione di Botica.
Sulla banchina un uomo si muove a ritmo di musica. Tamburella le dita sui pantaloni scuri dall’orlo largo. Indossa una giacca verde un berretto che ricorda quello degli alpini. Ai piedi, un paio di mocassini 43. Viso ovale, carnagione olivastra, baffi sottili e folti. Le mani sembrano dirigano un’orchestra.
Solo adesso mi accorgo che portano addosso i segni dell’età. Si sarà sentito osservato, probabilmente, perché a un certo punto i miei occhi incrociano i suoi. Sono nocciola, sereni. Ci guardiamo e sorridiamo come fossimo sintonizzati sulle stesse note.
Intanto lui continua a ballare la sua musica.
Il treno riparte e entrambi alziamo la mano.
Benvenuta a Porto!

Porto frizzante, Porto dai colori brillanti.
Porto dal sapore intenso, fruttato e anche dolce.
Porto vecchia, Porto moderna.
Porto fatta di ponti e librerie
Porto ricca di vie che salgono fino alla Cattedrale Sé: edificio dall’aspetto gotico e romanico, chiesa fortezza a partire dal XII secolo.
Il cielo è azzurro cristallino. I gabbiani volano sopra le nostre teste.
Un dodicenne dai capelli biondo grano e il giubbetto blu regala a questi enormi pennuti qualche briciola di pane. Un gabbiano si posa sulla /balaustra/ e becca. Il bambino lo vede, gli occhi nocciola si spalancano. Con passo veloce si avvicina verso di lui ma, rintoccano le campane. Il gabbiano apre le ali e vola via mentre il ragazzino rimane lì con le sue scarpette gialle e briciole di gioia tra le mani.
Ma ecco che arriva un altro gabbiano curioso e il bambino può tornare a sorridere.
Finito il suono delle campane si sentono nuovamente i chiacchiericci lontani in un miscuglio di lingue. Dal miradouro osservo la città. Tetti rossi, palazzi in stile manuelino e la chiesa de San Antonio dos Congregados sullo sfondo. L’esterno è fatto di piastrelle azzurre che raffigurano scene di vita del Santo.
Nel frattempo, accanto a me, una ragazza di rosso vestita tenta di avvicinarsi a un gabbiano per scattare un selfie. Ma quello fugge via in un battito d’ali. Lo seguo con lo sguardo e lo invidio un po’. Dall’alto le prospettive cambiano, tutto appare piccolo e perfino l’ostacolo insormontabile diventa una briciola di pane.

Il vento tra i capelli mi accompagna mentre scendo i gradini che costeggiano la Cattedrale. Quattro pietre e una finestra spalancata sull’azzurro stanno alle mie spalle. Osservo bene, guardo nel mirino.
Clic.
E il Ponte Dom Luis è mio per sempre.
Esso fu progettato dal belga Seyrig, allievo di Eiffel con il quale 10 anni prima aveva collaborato per la costruzione del vicino ponte Maria Pia. I due piloni accanto al Dom luis sono i resti del vecchio ponte dove oggi possiamo trovare un caratteristico ristorante.

Ai piedi del ponte un bambino piccolo e ricciolino tenta di giocare a calcio con suo fratello e un amico. Ma i suoi piedini non sono veloci tanto quanto quelli dei ragazzi. Li lascio che il piccoletto sta per tirare un calcio alla palla e lo sento urlare. Sorrido. E lo immagino già grande sui campi di pallone.
Lasciato questo gigante di ferro alle mie spalle e sono a Villa Nova de Gaia. Dopo un giro alla cantina Sandeman, mi siedo ad aspettare che il sole tinga di arancio il cielo. Un uomo incrocia dei fili tra le dita mentre le caravelle sono cullate dal Douro.
Man mano che il sole si adagia sulle rive del fiume i colori di Porto si fanno intensi. Dimentico le voci dietro di me, le persone che mi siedono accanto. L’ultimo colore che ricordo è quello di una casa color tiffany, balcone arancione e due anziane donne che fissano il cielo.
Poi scende la sera, si accendono le luci e il profumo di bacalhau mi ricorda che è ora di cenare.

La mattina ha il sapore di pastel de nata e succo d’arancia. Nuvole grigie lasciano spazio a cielo azzurro e nuvole bianche sparse qua e là. Un uomo, con gli occhiali piccoli e tondi, suona un piccolo organo a cartone. Accanto a lui una vecchia valigia di libri musicali. Trasportata dalla musica che suonava ancora nelle mie orecchie, arrivo di fronte la torre dos Clerigos. Decido di non salirci. Voglio vivere la città.
Entro quindi in uno dei piccoli locali che si trova lì vicino. La “casa oriental” è un piccolo spazio di 3 piani. Al suo interno: crocchette di bacalhau, scalini, la prima edizione dell’unico libro pubblicato in vita da Fernando Pessoa. Ancora scalini, una piccola libreria bianca e una scaletta. Un tavolino bianco, un calice di porto, una crocchetta ben calda, libri ovunque. Piccole finestre e tendaggi rossi.
Sono una bambina nel suo posto preferito.

Il tour di Porto continua tra chiese di azulejos, piazze enormi e piene di vita. La stazione di Sao Bento, costruita sui resti dell’antico convento da cui il nome, conserva quell’aria di saudade che accompagna questa città. Al suo interno vi sono 20000 azulejos che raccontano la storia del Portogallo. L’incanto è assicurato. Intanto una ragazza è appena scesa da un vagone e corre incontro al suo amore. Lui la stringe a sé con una mano sola. Nell’altra, tre rose rosse.
Lo stesso rosso della scala posta al centro della Libreria Lello. Essa mi guida verso la parte superiore piena di libri di ogni genere e in ogni lingua. Il soffitto è in gesso dipinto, le mensole intorno sono in legno. Le vetrate fanno filtrare un pallido raggio di sole spuntato dopo la pioggia che ha investito la città.  La JK Rowling, che negli anni 90 insegnava inglese proprio nella città di Porto, si è lasciata ispirare da questo luogo per le scale della scuola di magia di Hogwarts e per la libreria in Diagon Alley.
Avverto l’atmosfera magica dei suoi libri e quel sogno nel cuore divenuto realtà.

Cosa porto nella valigia?
Un sorso del miglior porto, due occhi stranieri e gentili, un benvenuto a tempo di musica.
La calle de las flores,
il libro che mi ha fatto assaporare Porto prima ancora di essere qui.
Gli azulejos, il sole caldo del Portogallo,
i sorrisi, la saudade e la voglia di riscatto.
Il vento tra i capelli e storie che scorrono lungo le rive del Douro.

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