Ponte di Sant’Ambroeus, dove si va?

Cercavo una città poco battuta dal turismo, visitabile in due giorni e che costasse poco.
La risposta è stata Sofia.
“Cosa ci vai a fare a Sofia?” mi chiede l’uomo al controllo passaporti.
“Vado in avanscoperta” rispondo ironica. Ed era vero. Non sapevo cosa mi aspettasse. Tanto meno avevo un programma. Volevo lasciarmi sorprendere. Passeggiare per le sue vie senza aspettative.
Uscita dalla metro mi rendo immediatamente conto che Sofia appartiene a un pezzo di storia che non esiste più. Non c’ero quando è caduto il muro di Berlino, quando l’Unione Sovietica si è disfatta. Non so cosa abbia significato davvero. Quello che so l’ho imparato dai libri di storia. E qui, a Sofia, mi sembra di non aver imparato nulla.  Che sia la terza capitale più vecchia d’Europa lo si intuisce dagli edifici, testimonianza di un retaggio storico, dall’abbigliamento della gente, superato ormai da un pezzo. Da hotel e taxi un po’ fatiscenti. Tutto questo però crea un’atmosfera surreale; è come essere catapultata in un’altra epoca, come se questa città, realmente, non esistesse. Quando cammini per le vie del centro puoi sentire l’ayatollah riunire i fedeli alla preghiera, intanto dalla sinagoga arriva la sua musica e poco più in là si celebra un funerale ortodosso.

È un luogo chiuso in sé stesso, nel suo bulgaro e poco inglese, senza le enormi catene di fast food che ovunque invadono le città. È un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un po’ come il libro che mi accompagna. L’autore, Gospodinov, è bulgaro e bulgara è l’ambientazione. Ma non è la città la protagonista, lo è la storia persa tra i fili del tempo e dello spazio. Ma è proprio grazie a queste pagine di pura metafisica che riesco a comprendere l’atmosfera che mi circonda.
Armata del mio sorriso migliore contro la serietà impressa sui volti che incontro, provo a visitare la moschea. Un tizio fuori mi dice che non è possibile. Si stanno riunendo per la preghiera. Faccio un cenno col capo di aver capito e mi fermo ad ammirare i vicini bagni minerali. L’edificio che li ospita è un vero gioiello: tetto rosso, facciata ocra e una fontana. Mi perdo nel piccolo centro cittadino baciato dal tiepido sole invernale. Serve a poco. Fa comunque un freddo boia. Coi denti che battono, giungo alla chiesa ortodossa di Santa Domenica che è un tripudio di affreschi e oro. Mentre scatto le foto comprendo che sta accadendo qualcosa. Sta infatti per svolgersi un funerale. L’istinto di viaggiatrice mi dice di fermarmi ma alla fine prevale il buon senso e il rispetto. Così mi dileguo silenziosamente e camminando tra i resti della Magna Grecia, passando per una piazzetta con una chiesetta abbandonata, giungo alla Sinagoga. Nessuna funzione in atto. C’è solo una donna intenta a pulire. Mi godo i candelabri, il silenzio e la cupola stellata. Non vedo molti turisti, eccetto uno. Entra con rispettoso silenzio e scatta qualche foto. È greco. Si chiama Nikos e vuole cercare qui qualche traccia di sé. Ne troverà parecchie visto che la Bulgaria risente delle influenze greche e turche.

Sono felice di essere una viaggiatrice in una città ancora poco conosciuta ma che sa regalare grandi emozioni; come la donna che accende una candela in chiesa, indossa un foulard sopra il capo e prega a mani giunte. La sua fronte si aggrotta, gli occhi si chiudono e le piccole labbra sottili si muovono. Recita una preghiera, comprenderla è impossibile. Ma a me sembra sia per i suoi figli, magari lontani. Le scatto una foto con estremo rispetto. L’odore di incenso, le candele, i murales alle finestre da cui filtra una luce fioca mi investono. È come se fossi parte di tutto questo e non una semplice spettatrice. È in questo preciso istante che comprendo cosa sia essere viaggiatrice. Mi piace.

Finalmente arrivo alla protagonista di Sofia. L’edificio da cartolina per eccellenza: la Cattedrale Aleksandar Nevski. È veramente bella, da togliere il fiato: cupole dorate, stile neo-bizantino. Sembra una torta. Sono rimasta ad ammirarla non so per quanto tempo, era incantevole al tramonto. Se a Sofia sembra di trovarsi in un’altra dimensione, è altrettanto bello perdersi in questa dimensione. Lasciarsi guidare dai colori, dagli odori. Da una facciata piuttosto che da un panificio in stile retrò. Fermarsi in un negozietto che non t’aspetti, in un vecchio quartiere fatiscente ma che racchiude la vera bellezza. Entrare e comprare un segnalibro fatto a mano, precisamente a punto a croce. Gustarsi l’idea di parlare a gesti perché qui l’inglese non è conosciuto dai più grandi. Arrivare per caso al ponte dei leoni. Scattare qualche foto al tram in arrivo o alla donna bionda che dà da mangiare ai piccioni e che mi ricorda tanto la donna di “Mamma ho riperso l’aereo, mi sono smarrito a New York”.

Non sono ancora riuscita a scaldarmi, fa nulla, ho ancora voglia di perdermi tra la gente. Mi perdo per le strade, tra le statue che si trovano sparse per la città e con le quali scatto qualche foto buffa. Mi perdo per le strade, tra le statue che si trovano sparse per la città e con le quali scatto qualche foto buffa.

Il teatro nazionale Ivan Nazov risalta immerso nel verde del parco. Una fontana guida l’occhio dello spettatore fino alla sua facciata rosso intenso. C’è un barbone col cappotto verdone e barba incolta. Un altro che invece ha l’aria più trasandata. Si siedono su due panchine differenti. Soli con le proprie vite e una bottiglia di vodka. Un altro è intento a togliere dalla borsa i suoi arnesi. È un pittore. Ha uno spesso cappello di lana che quasi gli copre gli occhi e un naso a patata sul quale sono poggiati degli occhiali tondi.  Uno di quelli che credeva fermamente nei suoi sogni.

Finisco a un mercato per puro caso. Non al market hall, che mi lascia piuttosto delusa, ma al mercato delle donne. È così chiamato perché qui, un tempo, si recavano solo donne per acquistare spezie, frutta e verdura. Oggi invece troviamo anche uomini, persone di ogni credo che qui vengono ad acquistare prodotti freschi per preparare le loro zuppe bulgare e non solo. Mi immergo negli odori, nei sapori. Sorrido alla gente. Fotografo persone. Immagino le loro vite, i loro nomi e infine me ne torno nella mia casa.
Domani saluterò Sofia. Sebbene non sia la città più bella che abbia visitato, l’ho apprezzata per la sua genuina identità. Per quel sole che tenta di scaldare un passato freddo. Per quelle persone ricche di una storia, ai più, sconosciuta.

<< Nelle storie, specie in quelle di persone care, c’era sempre una macchia cieca, un’improvvisa fessura, un punto debole, un rimpianto incomprensibile, un sogno per qualcosa persa o mai raggiunta, che ti trascina dentro, nelle gallerie oscure di ciò che viene taciuto>>.
[Fisica della malinconia. Gospodinov]

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